Sistemi Integrati intervista Luca Rapis, Direttore Artistico di One Thousand e curatore artistico dello stand Epson di ISE 2026. Ecco cosa ci ha raccontato a proposito dell’installazione centrale “Infinity” e della genesi del progetto.



Come nasce l’idea del design dello stand e dell’installazione centrale “Infinity”? Qual è la genesi del progetto?  

«Per rispondere torno all’anno scorso. A ISE 2025 avevamo proposto un’esperienza immersiva con una sfera centrale che era diventata l’attrazione chiave dello stand. L’idea era raccontare, attraverso immagini generate con l’AI, il ciclo della vita: una visione digitale di un mondo naturale. Mi ero però reso conto che la sfera, da sola, non sarebbe stata valorizzata a dovere. Aveva bisogno di un contesto, di qualcosa che le stesse “attorno”. Da lì è nata l’altra installazione che ha caratterizzato lo stand 2025: la parete di foglie tridimensionali videoproiettate. La proiezione colorava queste superfici irregolari e creava un effetto avvolgente, quasi caldo. Ed era significativa, tra le altre cose, perché metteva in evidenza un tema centrale della videoproiezione, ovvero la possibilità di usare superfici del tutto non convenzionali. È una tecnologia che non ti vincola a uno schermo standard. 

Con l’installazione di quest’anno, “Infinity”, siamo partiti dallo stesso principio, ma lo abbiamo portato ancora più avanti. Abbiamo realizzato una struttura con pannelli ultraleggeri e semi-trasparenti “dipinti” dalla proiezione. Al centro c’è una colonna quadrata, con specchi a pavimento e in alto che amplificano l’effetto e creano un tunnel visivo infinito. Una soluzione del genere, con altre tecnologie come i LED, richiederebbe strutture invasive e cablaggi evidenti. Qui invece la leggerezza è reale, visiva e anche concettuale. 

La stessa logica ritorna d’altra parte anche in un’altra installazione dello stand, dove un tessuto leggerissimo e quasi impalpabile diventa superficie di proiezione, a raccontare fin dove può spingersi questa idea di leggerezza. 

Il punto è questo: con la proiezione, ogni cosa può diventare uno schermo. C’è una libertà creativa del tutto peculiare. E poi la proiezione ha una pasta più artistica. Se vogliamo usare una metafora: il LED è come una stampa, la proiezione è come una tela a olio. Ha una matericità diversa, una storicità diversa. È il primo strumento visivo della modernità, nasce con il cinema. Questa dimensione quasi pittorica è stata il vero punto di partenza del progetto».  


Qual è il tema creativo che avete voluto sviluppare quest’anno e come prende forma nell’installazione centrale? 

«Il tema creativo di quest’anno è il viaggio della luce, o meglio il viaggio del fotone. Siamo partiti da una riflessione molto semplice: il proiettore lavora con la luce, e la luce è fatta di fotoni che partono da una sorgente, attraversano lo spazio e vanno a colpire una superficie.  

Se pensi a quando guardi il cielo, potresti vedere la luce di una stella che in realtà non esiste più. Quel fotone ha viaggiato nello spazio per anni prima di arrivare fino a te. In qualche modo una parte di quella stella entra nei tuoi occhi. La videoproiezione funziona esattamente così: è luce che viaggia e che, nel momento in cui incontra una superficie, diventa immagine.  

Mi piaceva l’idea di rendere materiale qualcosa che di per sé è immateriale. Infinity nasce da qui: è la rappresentazione del viaggio di questi fotoni verso l’infinito. Quando entri nell’installazione ti trovi all’interno del cono di proiezione, dentro il fascio di luce multicolore. Gli specchi, posizionati sopra e sotto, amplificano questo percorso e lo rendono visivamente infinito. 

C’è poi un altro elemento fondamentale, che è la centralità. L’anno scorso la sfera era in un angolo; quest’anno abbiamo voluto mettere l’installazione al centro dello spazio. L’idea mi è venuta visitando un museo a Barcellona, dove era ricostruita l’urbanistica della città in epoca romana. Al centro c’era il teatro, il vero crocevia della vita pubblica. Ho pensato: facciamo lo stesso. Creiamo il nostro “teatro” al centro dello stand. Da lì si diramano tutte le strade, verso l’area prodotto, l’accoglienza, la zona bar e networking. In questo modo creiamo uno spazio pubblico, un punto di incontro tra chi passa per caso e chi fa già parte del mondo Epson. Un po’ come nel teatro romano: lì si incontravano la plebe e l’aristocrazia, mondi diversi che condividevano lo stesso spazio. L’installazione centrale è pensata così, come un luogo comune dove tutti possono incontrare tutti».  


E per quanto riguarda i contenuti proiettati nello stand? 

«Abbiamo voluto dare una declinazione artistica anche ai contenuti. Per questo abbiamo collaborato con un artista digitale, Damonxart, che ha creato per noi opere in movimento coerenti con il tema della luce. Tutte le proiezioni, al di fuori di quelle strettamente legate al branding e al prodotto, sono di fatto dei quadri digitali. 

Il racconto resta sempre quello del fotone. Si parte da una grande sfera, come origine della luce; poi il fotone evolve, cambia forma, attraversa diverse cromie: dal blu ai verdi, ai gialli, fino ad arrivare ai colori più caldi. Il percorso si chiude con un “magic moment”, un’esplosione di tutti i colori insieme, che rappresenta il compimento di questo viaggio della luce che diventa immagine. In questo modo anche i contenuti diventano parte integrante del progetto, non un semplice riempimento visivo». 



Se vuoi saperne di più su Infinity guarda anche la videopillola di Sistemi Integrati con Monica Bua, Sales Manager Video Projectors, Epson Italia.